A sessant'anni dai Trattati di Roma, il dibattito dimenticato

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A sessant'anni dai Trattati di Roma, il dibattito dimenticato

Marzo 24, 2017 - 23:55

Cosa pensavano le sinistre del mercato comune europeo sessant'anni fa

Domani si "festeggiano" i 60 anni dei Trattati di Roma, cioè i trattati che hanno istituito la Comunità economica Europea e il relativo mercato comune, bozzolo dell'attuale Unione Europea. Insieme al trattato istitutivo della CEE fu firmato l'accordo che ha creato l'Euratom.

Come per tutti i trattati internazionali, è stato il Governo a firmarli il 25 marzo, ma poco si ricorda il dibattito parlamentare a proposito e il relativo voto che si è avuto il 30 luglio dello stesso anno.

Forse non si vuole ricordarlo perché si scoprirebbero posizioni e argomenti molto interessanti che, però, svelerebbero un voltagabbana successivo da parte della classe partitica italiana.

I trattati sono stati approvati con 311 favorevoli, 54 astenuti, 144 contrari. I voti contrari sono arrivati dal Partito Comunista Italiano, di vocazione internazionalista. Più forte dell'internazionalismo ha contato la maggiore competizione che si sarebbe creata tra i lavoratori dei vari paesi.
L'On. Corbi, discutendo in Assemblea, dichiarò che l'opposizione del proprio partito derivava anche da motivi giuridico-costituzionali. Infatti, affermò:
"Lo Stato prende impegno anche di attuare un ravvicinamento delle legislazioni; vale a dire di modificare, abrogare, emanare leggi, su decisione del Consiglio della Comunità, il quale delibera a maggioranza qualificata, quindi anche contro il parere del rappresentante dello Stato interessato.
Cosicché, al potere legislativo del Parlamento si sostituisce e si sovrappone un altro potere legislativo con una competenza propria; di conseguenza l'ordinamento legislativo interno può essere modificato contro il volere dello stesso voto delle Camere.
La competenza in merito a questa materia appartiene al Consiglio e alla Commissione, cioè ad organi che rappresentano i governi, non i parlamenti."

Altroché Europa come "spazio democratico", fin dall'inizio si era capito che le istituzioni europee erano (e ancora sono) tecnocratiche. La stessa critica rivolge alle istituzioni europee l'On. Lelio Basso, membro del Partito Socialista Italiano. Nel suo discorso elenca tre criticità che motivano la contrarietà del PSI. Una di queste è la mancanza di democrazia negli organi decisionali e l'elezione di secondo grado dell'assemblea. In base all'esperienza della CECA, già si erano visti i limiti dell'impianto tecnocratico quando "l'Alta Autorità ha finito con il cedere, contro la lettera e lo spirito del trattato, alle pretese cartellistiche della grande industria."  E continua così il deputato durante la discussione:

"Siamo gelosi della natura democratica della nostra sovranità che è affermata dalla Costituzione e che era invece negata dagli organismi burocratici e tecnocratici".

Inoltre, per i socialisti l'adesione al mercato comune senza garanzie per i lavoratori è una mossa sbagliata che livella i diritti.

Negli anni successivi, la sinistra, però, diventa mano a mano europeista fino all'ultimo ventennio in cui è stata proprio lei a a premere l'acceleratore dell'integrazione europea, dimenticando le proprie radici. Tradimento? A giudicare dai risultati, direi proprio di sì.

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