Come la finanza ha conquistato il cibo - intervista a Andrea Baranes

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Come la finanza ha conquistato il cibo - intervista a Andrea Baranes

Febbraio 03, 2016 - 08:00
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Andrea Baranes è uno studioso critico delle dinamiche finanziarie. Oltre ad essere l'autore del libro "Finanza per indignati" è anche il Presidente della Fondazione culturale Responsabilità Etica. Lo abbiamo intervistato per Teste Libere.

1) Nel suo libro “Finanza per Indignati” ha svelato i misfatti della finanza e qualcuno è legato anche al cibo. Quale legame si è instaurato fra il mondo finanziario e il cibo?

I rapporti fra cibo e finanza sono il simbolo del fallimento della finanza stessa. Infatti, i prezzi dei prodotti di base sono decisi a Chicago e a Londra, cioè nelle grandi piazze finanziarie. E’ la dimostrazione che sono falsati i principi delle domanda e dell’offerta nello stabilire il prezzo. Scommettere sul cibo è possibile grazie a vari strumenti, tra questi ci sono anche i futures. Essi sono nati come assicurazioni sul prezzo. Infatti, si tratta di uno strumento finanziario che permette di vendere o comprare nel futuro a un prezzo già definito al momento della stipulazione del contratto. Ad oggi, sono in larga parte scommesse sul prezzo futuro e coinvolgono anche il grano, il mais, la soia, eccetera. Addirittura i derivati sul prezzo delle materie prime sono il terreno ideale per la speculazione perché già di per sé questi prodotti sono interessati da frequenti oscillazioni. Infatti, basta un periodo di siccità per seccare molte piante in una determinata zona, quindi causare una brusca caduta dell’offerta. “Finanziarizzando” il mercato del cibo, si esasperano le oscillazioni di prezzo dei beni di sostentamento per milioni di piccoli contadini che si trovano in balia delle montagne russe volute dagli speculatori internazionali. Così, la finanza può anche affamare, togliendo a fasce della popolazione l’accesso al cibo.

2) L’Unione Europea ha fatto qualcosa per rendere più sostenibile la finanza?

Dal 2008 in avanti, quello che ha fatto l’Europa nei confronti della finanza sono state solo grosse dichiarazioni. Intanto, le regole continuano a essere le stesse. In questo modo, si permette alle lobby finanziarie di rialzare la testa e di continuare a imporre i propri interessi. Lo slogan preferito dai lobbisti delle grandi istituzioni finanziarie è ribattere sull’eccesso di regolamentazione. Tutto questo, nonostante il fatto che la deregolamentazione delle attività speculative abbia creato la crisi. Tuttavia, la lobby è molto potente perché nell’Unione Europea non sono state ancora separate le banche d’investimento da quelle commerciali (anche gli Usa lo hanno recentemente approvato). Se l’Europa continua a ripetere slogan vuoti, la situazione peggiorerà. Ma soprattutto se continueremo a pensare che la finanza pubblica sia il problema e quella privata la soluzione.

3) Cosa dobbiamo aspettarci dal TTIP?

Niente di positivo, sostanzialmente. Infatti, il Trattato Transatlantico mira all’abbattimento di qualunque controllo sull’azione economica. In gioco ci sono anche le barriere non-tariffarie che costituiscono il maggior impedimento al commercio fra UE e USA, dal momento che i dazi doganali sono già bassi. Agendo sui fattori non-tariffari, si va a toccare anche il principio di precauzione che in Europa ha prodotto una forte legislazione in materia di tutela della salute dei consumatori. Inoltre, un grande rischio è rappresentato dagli Investor-to-State Dispute Settlement (in sigla, ISDS) nei quali quindici avvocati esperti di commercio che dunque non sanno nulla di altri campi decidono sulle cause tra Stati e investitori stranieri. Si tratta di una specie di tribunali in cui possono fare causa solo le imprese che dall’estero investono in un Paese, le quali possono chiedere un risarcimento per il trattamento non-favorevole rispetto alle imprese nazionali. Il loro scopo non è la giustizia, dunque, perché non possono fare causa gli Stati contro le multinazionali e nemmeno gli investitori nazionali. Il vero obiettivo del TTIP è spingere gli Stati a togliere qualsiasi freno all’azione delle corporations industriali e finanziarie.

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