Tisa: una battuta d'arresto

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Tisa: una battuta d'arresto

Febbraio 12, 2016 - 08:00
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Il Tisa (acronimo di Trade in Services Agreement) è un trattato che mira alla liberalizzazione dei servizi. Attualmente è in fase di negoziazione fra 26 Paesi (Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Uruguay, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica) più l‘Unione Europea. Come per il TTIP, non ci è dato sapere quali siano i risultati delle negoziazioni. Tutto quello che si conosce è ciò che è filtrato tramite Wikileaks e basta quello per rizzare i capelli: si parla di eliminare ogni barriera che impedisce al grande capitale di investire nei servizi.

Wikileaks ha fornito nel 2014 la bozza sui servizi finanziari. All’articolo 15 vi si trova scritto che: “ogni Parte [che firma il Trattato, nda] deve eliminare o limitare ogni effetto avverso significante causato dalle misure non-discriminatorie che limitino l’espansione delle attività del fornitore di servizi finanziari nel paese.” Inoltre, il Tisa prevede che non si potrà "limitare o restringere la portata delle opportunità di mercato e i benefici di cui già gode l'industria finanziaria in un altro Stato". Il testo è chiaro: si obbligano gli Stati a evitare ogni regolamentazione sul settore bancario; nonostante il fatto che sia proprio la deregolamentazione finanziaria ad aver creato la bolla speculativa che ha scatenato la crisi immobiliare del 2007 negli Usa che, l’anno dopo, ha colpito il Vecchio Continente.

C’è, però, una buona notizia perché il 3 Febbraio il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che invita la Commissione Europea a negoziare il Tisa seguendo alcuni paletti, pena la non-approvazione del Trattato. Perciò, l’accordo dovrà:

- Tutelare i servizi pubblici essenziali come l’educazione, la salute, i servizi sociali, i sistemi di sicurezza sociale e i servizi audiovisivi (tema sul quale la Francia ha fatto molta pressione)
- Fissare dei paletti sulla mobilità lavorativa, accettando solo lavoratori altamente qualificati, su contratto e per un breve periodo di tempo
- Contenere il diritto di tornare indietro e ri-nazionalizzare
- Istituire la clausola di uscita dal Tisa

Inoltre, il Parlamento chiede ai partner la reciprocità nell’apertura dei mercati e l’inserimento di liste positive dei servizi da liberalizzare. Cosa vuol dire? Uno Stato deve dichiarare chiaramente quali settori vuole aprire alla concorrenza straniera. E’ una tutela maggiore rispetto alla lista negativa nella quale lo Stato deve inserire quelli che NON vuole liberalizzare perché è più semplice per le industrie eludere i paletti. Basta che la lista “negativa” non specifichi sufficientemente e il gioco è fatto.
La risoluzione, inoltre, prevede che: “La protezione dei dati e il diritto alla privacy non sono un ostacolo al commercio, ma un diritto fondamentale”. Un ottimo risultato per i cittadini; visto che nella bozza fornita dal sito di Assange si legge che i negoziatori statunitensi hanno chiesto la possibilità per le aziende di trasferire liberamente i dati degli utenti in ogni Paese vogliano.

Può darsi che i negoziatori non seguano queste regole e che il Tisa torni pericoloso come prima, ma non è detto che a quel punto il Parlamento Europeo approvi il trattato, soprattutto perché 532 deputati su 751 hanno votato a favore della proposta per limitare gli effetti del trattato.

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